Mikki (he/they, 30, Firenze)
*serve sapere che questa è stata la seconda intervista del progetto e gli audio sono abbastanza informali, in quanto Ale e Mikki fanno parte della famiglia scelta di Hekate ed era impossibile sembrare più formale di così*


Allora, sono Mikki, ho 29 anni. (Pronomi in italiano maschili, e in inglese neutrali, quindi “they, them”) Lavoro in una scuola privata e vivo a Firenze con il mio partner. Parlare di come mi riconosco nella comunità queer è difficile, nel senso che è così viscerale ed è così personale che invecchiando ho un po’ perso la necessità di mettere delle etichette, che invece in passato mi sono state molto utili. Però c’era poi sempre un momento in cui magari scoprivo qualcos’altro di me che non mi tornava con l’etichetta precedente. Ho iniziato definendomi bisessuale, poi mi sono definita lesbica, poi mi sono definito lesbica asessuale, poi solo asessuale, poi poliamoroso, poi lesbica di nuovo, quindi chi lo sa. Ad oggi se mi viene chiesto da una persona che so essere safe, dico di essere lesbica. Dopo una lunga analisi e dopo essermi fatto tante domande, ho ampliato il concetto di lesbica al non integrare solamente il “femminile”, qualsiasi cosa questo voglia dire. E poi perché sinceramente mi aiuta tendenzialmente a tenere lontani gli uomini (cioè che comunque non funziona, non è abbastanza, però tutte le altre definizioni precedenti lasciavano uno spiraglio per entrare e io questo non lo voglio). Voglio proprio che ci sia possibilmente un sentimento di rigetto quando un uomo cishet mi guarda. Mi sono tatuato la parola “queer” quando avevo 19 anni, quindi penso in realtà di aver adottato questa definizione più ampia molto tempo fa, proprio perché storicamente il valore di
riappropriarsi di un insulto e poi perché appunto storicamente era quello che eravamo (negli anni ’80 in particolare c’era molta più fluidità). Poi vabbè, erano anche altri momenti politici, economici, eccetera, ma il fermento della comunità LGBTQIA+ era tale da non essere istituzionalizzabile in alcun modo e quindi un acronimo secondo me non sarebbe mai bastato a rappresentare tutto il groviglio che c’era e da lì è nato in parte questo termine. Mi sento culturalmente vicino, non so forse anche perché come dicevo prima ad Ela (fotografa del progetto), non avendo una rappresentazione in provincia io mi sono rifatto a quella che era la storia queer, quindi di fatto mi sono formato su testi sull’IDS, politiche di repressione, tutte queste cose qui e quindi anche se culturalmente storicamente sono nato dopo e potrei in un’altra probabilmente situazione geografica avere anche un’altra storia più contemporanea, personalmente io mi sento un po’ vecchia in questo senso. Poi cerco sempre di sapere chi è Jojo Siwa e roba del genere (ridacchiando), cioè cerco di stare al passo e di farmi sempre domande. Mi rendo anche conto dell’importanza di avere la mia identità, ma di lasciare che chi è più giovane l’analizzi in modo diverso. Al di fuori di questo ho tantissimi hobby di cui ne porto a termine molto pochi: disegno, scrivo, intaglio, faccio chincaglierie, faccio la maglia, leggo e cucino.
Allora, che rapporto ho con la mia famiglia di origine? È complicato. È difficile. Sostanzialmente è migliorato negli ultimi anni perché io sono fuggito. Io fortunatamente ho sia mio padre che mia madre, ho un fratello e una sorella. Entrambi, sia mio fratello che mia sorella, sono minori di me. E loro mi mancano da morire. La mia famiglia comunque mi manca, perché non essere figlio unico vuol dire che sei abituato sempre ad avere un rumore nell’altra stanza, ad avere qualcuno che parlerà con te durante la giornata. A volte può essere positivo, a volte può essere negativo. Diciamo che in casa mia sono quasi tutte personalità molto grandi, anche se non si lasciano lo spazio per esserlo. E mia sorella, ad esempio, è una persona molto complicata (che è anche cresciuta avendo me come punto di riferimento, quindi non gliene faccio una colpa perché comunque questo più l’essere vissuta nello stesso contesto familiare in cui sono vissuto io e sono uscito così, non gliene faccio una colpa). Però non è un contesto in cui io potevo stare ancora. Io sono andato via scappando, cercando di sopravvivere, non solo a loro, e questo voglio che sia chiaro, ma anche a me stesso, soprattutto a me stesso. La sopravvivenza più pragmatica in quel momento era sopravvivere a me stesso, quindi sradicarmi da tutto quello che mi portava ad avere certi comportamenti, certi atteggiamenti, certi pensieri e certi tipi di relazioni con me stesso e con l’altro che non mi avrebbero fatto sopravvivere. Però è anche vero che io non ho mai pensato di poter essere me stesso in casa mia.


Questa è proprio l’unica cosa di cui sono cosciente. E infatti, cioè, già in adolescenza avevo provato a scappare di casa. Non ti saprei neanche dire se è stato qualcosa che mi è stato insegnato con le parole più che coi fatti. Però è una cosa che io ho e di cui sono certa al 100%, che io non potrei andare bene così ai miei, soprattutto a mia madre, nonostante poi in alcuni contesti mi abbia contraddetto, anzi, mi abbia dimostrato con gli anni e la lontananza. Il problema è che non ce la può fare come ho bisogno io e io non ce la posso fare ad essere la persona che lei vorrebbe che io sia. E la lontananza mi ha anche permesso di analizzare meglio lei come persona, oltre che lei in relazione a me, perché mi rendo conto che è stato molto ingiusto da parte mia, ad esempio, il fatto di vederla solo come mia madre. E quando ho capito che c’erano tutta una serie di traumi che ci si porta dietro, la mia comprensione arriva. Cioè, io comprendo, ma questo non vuol dire che io lo debba accettare. Se ho gli strumenti per levarmi da questa situazione o se non ce li ho, cerco di arrabattarmi e levarmi. E quindi sì, indubbiamente la mia famiglia non è qualcosa che io reputavo particolarmente accogliente, né che reputo tutt’ora, anche se col tempo, ripeto, è migliorato e in realtà loro lo so che fanno del loro meglio spesso e volentieri. Questo escludendo mio fratello e mia sorella che non hanno responsabilità nei miei confronti. Onestamente, anche quando avevo pensato di aver trovato delle realtà costruite da
me o in cui io mi ero inserito, che potevo definire la mia famiglia, non è andata bene comunque. La necessità così viscerale di avere un altro gruppo e questa fantomatica famiglia scelta era una questione di sopravvivenza, quindi a volte mi sono anche creato delle aspettative o proprio la speranza che durasse per sempre, come dovrebbe nella mia testa una famiglia “normale”, cioè una famiglia che accogliente che ti scegli tu. Non è stato questo il mio caso, perché mi sono trasferito, perché sono cambiato io, perché magari avevo scelto delle persone sbagliate. Però penso che tante mie amicizie molto strette siano uscite completamente distrutte da relazioni parafamiliari, di comunità e di condivisione. Molte persone qui hanno questa spinta, questa aspirazione che è come respirare, cioè che ti serve perché non ti hanno accolto mai da nessuna parte. Quindi tu ti devi creare qualcosa dove puoi stare ed essere te stesso. Il problema è che siamo tutti un po’ rotti. Per le esperienze che viviamo quotidianamente e quindi anche rapportarci tra di noi a volte diventa deleterio ed è importante riconoscerlo, secondo me, allontanarsi da queste situazioni perché noi le co-costruiamo sempre. Cioè, non è che siamo un simulacro vuoto in cui un altro, la classica “persona tossica”, arriva e ci butta l’essere tossico e noi siamo solo vittime, no? E probabilmente è che anche io, con determinate tipologie di persone, trovavo un’affettività che riconoscevo e che però poi si innescava male tra i problemi che entrambi potevamo avere. E questo a volte viene anche amplificato in un contesto di gruppo, per quanto piccolo.
Ora invece sto cercando con molta fatica di costruire un senso di famiglia che sia, anche se vuoi più a spot, cioè che ho degli elementi che io considero la mia famiglia, che non sono necessariamente tutti in uno stesso punto fisico geografico (come invece cercavo tempo fa, perché chiaramente la prossimità ti aiuta, ti aiuta col senso di casa, di comunità, di aiuto, di presenza, di ascolto, di compagnia e di tutto). Non voglio neanche più lasciarmi costringere dal contesto contingente allo scegliere delle persone, perché mi sono reso conto che non funziona, o magari funziona in quel periodo breve, ma io voglio qualcosa a lungo termine, cioè voglio veramente impegnarmi in amicizia, in rapporti che durino per sempre, perché per me, nella mia costruzione della mia identità, l’amicizia col pari è sempre stata quasi più importante delle relazioni romantiche. Io non vedo questa distinzione tra amore romantico e tutti gli altri tipi di amore, che è anche quello che mi ha portato a dire che io devo avere una relazione aperta, perché io non posso stare con una persona che pensa che se bacio l’amico mio è un tradimento, perché per me è un modo di esplorare e dimostrare il mio affetto.
Quindi, appunto, ora ho un po’ queste persone di riferimento sparse, con cui mi impegno anch’io a essere presente, perché appunto, nel mondo adulto è molto difficile. Cioè, già è difficile essere presenti a se stessi. Penso che il regalo più grande che tu possa fare a un’altra persona sia il tuo tempo attivo. Cioè, non che sei lì perché sei lì, ma essere lì. E questo mi aiuta anche con tutta una serie di problemi personali, cioè di pratiche di auto-miglioramento. Quindi è il modo in cui io sto costruendo rete. È più faticoso, in parte, perché devi mantenere attivo qualcosa che può essere anche lontano o che comunque non sempre vedi. Però secondo me è proprio lì, quando ti rendi conto che ci sono persone con cui puoi anche non vederti per un anno e, quando riprendi, è così. Perché è spontaneo. Hai dato spazio e tempo a quella relazione di diventare spontanea e non costruita, ed è quello che io voglio. E poi che non siano tutti nella stessa città, va bene. Cioè, anche in base a questo io costruirò un programma di vita. Direi sicuramente che il mio nucleo familiare più stretto sono Ale, il cane, e Johanna. Perché comunque con Johanna ci abbiamo vissuto insieme anni ed è stata la mia prima esperienza di condivisione di uno spazio. E ho avuto il culo di avere la persona giusta. E questo, cioè, mi viene da piangere anche adesso, perché non… cioè, è stato un culo disumano. La mia prima esperienza in cui appunto stavo scappando da casa, cioè fuggendo, e trovare questa persona che io credo fermamente sia una persona che mi porterò avanti per tutta la vita…

E quindi questo è il nucleo che ho qui, perché è quello che vedo di più. Poi, appunto, ci sei tu, Hekate. Ci sono amicizie che ho stretto soprattutto negli anni delle superiori, perché c’è Isabella, che è la mia migliore amica delle superiori, Valentina altrettanto. Lucrezia è una persona che vedo pochissimo, ma che veramente… ci vediamo una volta ogni due anni e quando ci vediamo è sempre sul pezzo. Ci si aggiorna, si sta tranquilli. Alice, che diciamo è la parte più difficile, forse perché siamo anche state insieme in passato. Comunque il rapporto tra due migliori amiche femmine, a volte, è peculiare. Cioè, io sono dell’opinione che nessuno ti prepara per il lutto di perdere un po’ questi legami che sono una cosa tra la sorella, la fidanzata e l’amica. E per me questo è stato formativo, perché da piccola lesbica io facevo questo. Cioè, costruivo queste amicizie assurde che infatti poi non erano amicizie: ci si metteva insieme e tutto scoppiava.

Ok, allora, sempre in riferimento a quello di prima: con quasi tutti i rapporti che ho avuto hanno un segno sulla mia pelle. Cioè, proprio io ti saprei dire ogni singolo tatuaggio, perché l’ho fatto. E alcuni di questi, ti dirò la verità, sono stati anche fatti a ppunto per persone che non porto più con me, che non si portano più me.Ma averle addosso, in qualche modo, mi aiuta a portare avanti quello che mi hanno dato di buono. Perché tutti mi hanno dato qualcosa di buono e tutti mi hanno dato affetto. Poi sì, anche in modo non sano, quello che vuoi. Però persone che volutamente mi volevano fare male, fortunatamente no. Cioè, o perlomeno le ho sfanculate abbastanza in fretta. È successo di avere… mi è successo di avere dei rapporti molto dolorosi. Però, essendo Pesci, mi piace avere addosso un segno. Cioè, se tu hai lasciato un segno e ce l’ho addosso, va bene così. Se sei passato dalla mia vita, c’è un tatuaggio per te. Ma oltre proprio al disegno del tatuaggio, anche con chi l’hai fatto, chi te l’ha fatto, dove l’hai fatto. E infatti credo che sia questo che mi piace del patchwork. Mi ricorda, sai, le trapunte che si facevano negli anni Ottanta, appunto, per ricordare i caduti.