senza gerarchie

Sun (they/them, n.d.)

Mi chiamo Sun, uso pronomi they/them e in italiano cerco di usare il neutro. Sono una persona molto sfaccettata e faccio un po’ di tutto. Diciamo che quello che sento come una sorta di missione nella vita è lavorare con il mondo della cura, da più punti di vista possibili: salute fisica, mentale e anche spirituale, cercando di vedere tutto in maniera olistica. Il mio tempo e le mie energie li impiego prevalentemente nel portare cura, ogni tanto con successo, ogni tanto meno. Mi identifico come queer e questa è una parola che sento molto mia, perché riesce a inglobare tante delle mie sfaccettature. Le altre parole che uso sono trans, non binary, lesbica e non monogama, ma queer per me è già un termine molto forte e importante.

Con la mia famiglia biologica ho un rapporto in evoluzione. Sono natx a Bologna e fino ai dodici anni la mia famiglia ha avuto un ruolo molto diverso. Poi, dopo il mio primo coming out come lesbica e con la separazione dei miei genitori, il rapporto con mia madre e mia sorella è cambiato. Oggi loro, insieme alle nostre due gatte, sono un centro affettivo molto importante per me. L’adolescenza è stata complicata: ci sono stati conflitti, percorsi di terapia, momenti di allontanamento e molta ricerca della mia autonomia. Tra i sedici e i diciotto anni ho iniziato a cercare sempre di più persone

queer e contesti in cui potessi sentirmi compresx. Ho iniziato a viaggiare, a fare esperienze fuori da Bologna, anche durante gli anni del Covid. Avevo bisogno di aria e di costruirmi altri centri affettivi. Poi, intorno al 2021-22, c’è stato un ritrovarsi con mia madre e mia sorella. Ci siamo resx conto di essere diventate tre persone adulte, capaci di riconoscere meglio i limiti, le rabbie e i bisogni dell’altra. Non è una famiglia “canonica”, ma è un lavorone di gruppo che ci ha portato a volerci bene e a ricercarci. Negli ultimi anni abbiamo anche perso tutti i nostri nonni e questo ha rafforzato ancora di più questa triade. Mia sorella, per esempio, la sento praticamente ogni giorno. C’è una cura molto quotidiana: il buongiorno, la buonanotte, il sapere come sto anche se sono dall’altra parte del mondo. Anche il mio percorso di genere lo sento molto condiviso con loro. Un altro aspetto fondamentale della mia vita è l’anarchia relazionale. È uno struggle continuo perché viviamo in una società che non la considera e non ci sono regole già scritte: è una riscrittura che facciamo noi. Per me significa non avere una gerarchia nella gestione degli affetti, cercare connessioni significative più che definizioni e avere come centro me stessa, piuttosto che una relazione. Non mi sono mai definito monogamo. Fin dal primo coming out mi rendevo conto che potevo amare più di una persona contemporaneamente. Negli anni ho incontrato persone che vivevano relazioni non monogame e ho capito quanto questa

modalità fosse vicina al mio modo di vivere gli affetti. Ci sono state anche tante difficoltà nel vedere quanto il mondo sia ancora costruito sulla monogamia: tutto ti agevola se sei monogamx, perché tanto si dà per scontato che prima o poi sceglierai una persona. Io invece ho bisogno di dire che la mia vita è bellissima anche senza un partner primario. E se mai arriverà, non smetterò di amare tutte le persone che amo. Per me la famiglia è quindi molto allargata. Ci sono persone che vedo una volta all’anno e che considero comunque pilastri della mia vita, e altre che fanno parte della mia quotidianità molto più da vicino. Ho una specie di gigantesca mappa delle mie relazioni, una chart in cui ogni connessione ha il suo spazio e la sua specificità. Dentro ci sono la mia famiglia biologica, le persone che amo, le amicizie, le relazioni sessuali e affettive. Non sento il bisogno di stabilire una gerarchia tra queste connessioni: ognuna ha un valore diverso, ma non per questo minore. C. è una persona trans non binary e con lei c’è un legame quasi viscerale di fratellanza trans: ci aggiorniamo sui cambiamenti del corpo, sulla voce, sul percorso di transizione. Sono relazioni che per me rappresentano una continuità enorme. Anche le persone con cui ho avuto rapporti sessuali fanno parte della mia rete affettiva. Il fatto che ci sia o meno sessualità non determina quanto una relazione sia importante. Alla base di tutte queste connessioni c’è comunque la cura.

Negli ultimi anni ho cambiato spesso posto e non sono mai rimastx per più di qualche mese nello stesso luogo. Per me è importante sapere che le persone che amo fanno il tifo per il mio percorso e che il mio andare via non significa abbandonarle. Allo stesso modo, io voglio essere cheerleader per la loro realizzazione personale. Sono una persona molto fisica: per me il contatto, la presenza, la gestualità e la comunicazione non verbale sono fondamentali. Per questo sogno di trovare un posto dove mettere radici e vivere in comunità con le persone che amo. Molte persone queer parlano della comune queer come di un sogno, io sto cercando di lavorare perché diventi una realtà. Per me una delle cose più importanti è la possibilità di essere vicini anche fisicamente. Sapere che, se stai male, posso prendere la bicicletta e arrivare da te in venti o trenta minuti, con il brodino caldo e un abbraccio. A distanza cambia la forma, ma non cambia la volontà di esserci. Tra tutti i love language, quello che sento di più è il servizio. Se vedo che sei stressatx per la tesi, cucino io, lavo io il pavimento, anche se non viviamo insieme. Ho spesso assunto spontaneamente un ruolo di caregiver e mi piace anche ricevere questo tipo di cura. È l’idea di una rete in cui ognuno prende un pezzo: se qualcuno sta male, gli altri coprono ciò che serve.

Amo la mia famiglia e sono gratx di essere una persona queer e di circondarmi di persone queer. Per me l’affettività queer è anche una forma di resistenza: esistiamo perché continuiamo a rivendicare la nostra esistenza e la queerness rimane viva attraverso le nostre storie e le nostre pratiche. Per questo, quando mi viene chiesto cosa sia la famiglia, vorrei poter rispondere: tutte le persone che per me sono casa, che hanno valore e che hanno portato qualcosa nella mia vita. Anche una persona che non ne fa più parte può continuare ad avere un posto nella mia storia.

E vorrei sottolineare anche l’importanza degli animali. Da persona antispecista non vedo il rapporto con loro come un rapporto di possesso. Non sono lx padronx delle mie gatte: ci aiutiamo a vicenda a sopravvivere a questo mondo. Io mi occupo di loro, loro mi danno calore, conforto e compagnia. È una relazione alla pari. Per questo, quando penso alla mia rete affettiva, gli animali hanno lo stesso spazio delle persone. Anche loro fanno famiglia. E forse riscrivere il concetto di famiglia significa proprio questo: smettere di pensarlo come qualcosa di esclusivamente umano e riconoscere tutte le creature che fanno parte della nostra rete di cura.